Page 40 - Trattatello
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40 La sfida dell’efficienza
“forza di gravità”). In base al principio energetico descritto nella dida-
scalia di Fig. 9, questa traiettoria riservataci dal “destino” risulta anche
essere quella che dissipa meno energia per attrito viscoso. Se voglia-
mo invece seguire una traiettoria a nostro piacimento (quindi anche
con una meta scelta da noi), essa deve in ogni caso discostarsi il meno
possibile da quella determinata dall’ambiente (dalla curvatura spazio-
temporale), nell’obiettivo di variare il meno possibile, durante il per-
corso, la nostra energia cinetica (tale traiettoria è quindi quella che
richiede [globalmente] il minimo “sforzo” (lavoro o energia) ossia si
deve forzatamente procedere il più fluidamente possibile (con lo stile
di guida più fluido e a velocità il più costante (e bassa) possibile) (in
generale il percorso è il più breve considerando anche il dislivello
cumulativo). L’ipotesi di andare in bici per diletto, senza uno “scopo”
(ma quale lo è, a buon diritto, alla luce di questa analisi?) non è quindi
neanche da prendere in considerazione. Questa conclusione evidenzia
le drammatiche conseguenze insite in ogni nostro gesto/scelta/azione
(frutto del nostro “libero arbitrio” e quindi cosciente), in ultima istanza
nel nostro stesso vivere: il loro carattere è intrinsecamente disequili-
bratore e quindi generatore di disordine (portando ad un aumento dello
stato di disordine dell’Universo, ossia dell’entropia globale). Questa
nostra traccia perturbatrice indelebile (e apportatrice di oblio) è tanto
più segnante quanto più le nostre azioni sono piene di vitalità (rapide,
con potenza elevata). D’altra parte sembra che il solo modo che abbia-
mo di esistere (avere coscienza di noi stessi) sia il prendere parte all’e-
voluzione temporale [mutamento spazio-temporale] dell’Universo
(dell’altro da noi), e la modalità (inevitabile) per farlo lascia questa
scia di morte. In questo processo si innesta la lotta biologica per la
vita. Sembra doversi concludere che per vivere/agire (in un mondo
limitato) lo si debba fare a scapito degli altri. Questo “meccanismo”
perverso è la maledetta sorte che ci spetta, e mostra l’inconciliabilità
tra il senso di sé e il senso dell’altro da sé. In quest’ottica, la stessa
libera scelta di spostarsi, il movimento, diventa affermazione di sé, del
proprio libero arbitrio, della propria volontà di potenza, a danno degli
altri (il trasporto pubblico è più efficiente di quello privato in quanto
limita tutto questo, la nostra libertà personale).

